SIC
Si chiama Scrittura Industriale Collettiva (SIC). E' una delle nuove applicazioni che la rete offre per scrivere romanzi. Romanzi a più mani - a più teste, a più occhi, a più conoscenze. Possono farlo tutti. Le opere scritte con licenza creative commons sono scaricabili gratuitamente. Di questo e di tanto altro parleremo nell'incontro di domani sera in libreria.
Per saperne di più su SIC, ecco il sito
Libri sbagliati


2008-2009
E' stato un periodo natalizio commercialmente non eccezionale ma discreto. A dirla tutta non mi aspettavo l'eccezionalità, semmai la conferma di alcune intuizioni maturate con il passare del tempo. La prima sensazione, confermata: questo quartiere è simpatico, la radice quadrata di Belleville. Non c'è Malaussene, ma una ricca comunità di albanesi, nordafricani, rumeni, che rappresentano quasi il 50% della clientela dello scolastico: persone educate, genitori attenti all'educazione dei figli, corretti e puntuali negli obblighi verso il libraio. Sono tornati anche nel periodo natalizio, e questo mi ha fatto davvero piacere. E poi, tornando a Belleville, tra i clienti ho un ragazzino con le lenti spesse, parla in modo buffo (è straniero, vabbè), ed è un battutista formidabile. Diversi clienti entrano con i loro cani: non sono epilettici come Julius, ma tranquilli e sbavanti come si conviene. Ah, uno si chiama Mingus, tradendo il buon gusto musicale della padrona.
E' un quartiere che ha lettori forti, insegnanti motivati, pronti e ricevere ma anche a consigliare autori e testi. Qualche cliente curioso ogni tanto arriva e mi lascia qualche "perla" che prontamente vi riporto.
La mamma di Vauro - di cui leggete più sotto - ha fatto sì che il libro del figlio sia stato il più venduto delle feste, insieme al nuovo di Carofiglio. Quella donna è in effetti un ufficio stampa formidabile, e temo che il figlio non lo sappia.
Ci saranno novità, nei prossimi mesi, anzi settimane. Keep in touch, non ve ne pentirete. Buon anno a tutti.
Gnomi!
Qualche post sotto, in una "perla", prendevo in giro una cliente che aveva buttato nel cestino (o cesso, più probabile) un libro che lei ricordava essere "L'Enciclopedia degli gnomi". Potrà mai essere stato pubblicato un libro simile, mi sono chiesto? Ebbene: in passato non so, oggi si. Eccolo qua - fresco di stamopa - per tutti voi feticisti forestali. E' in libreria, naturalmente. Mai più senza.
Dodici uova
La letteratura, oggi, non ha bisogno di capolavori. Scrivere un buon libro è già un'impresa, figurarsi. Poi, all'improvviso, arrivano storie che ti prendono alla gola e strizzano il cuore. La città dei ladri è uno di quelli.
L'autore è David Benioff, quache anno fa è uscito con La 25esima ora: una bella storia, da cui Spike Lee ha tratto un film stupendo.
Qui Benoiff ha cambiato epoca, scegliendo di percorrere un sentiero scivoloso: la seconda guerra mondiale, la battaglia di Leningrado, i buoni e i cattivi, gli innocenti e i colpevoli. Ma a lui non interessa ergersi a giudice, non gliene importa nulla, la storia ha già emesso i verdetti.
L' ironia è la salvezza - letteraria, quanto meno. Trovare dodici uova sotto i bombardamenti, necessari per fare una torta nuziale: questa è la missione affidata a due ragazzini russi, accusati di tradimento e diserzione e per questo destinati al plotone di esecuzione. La figlia del colonnello che li ha condannati a morte deve sposarsi e non esiste matrimonio senza torta. Per fare la torta servono le uova. I ragazzi, per avere salva la vita, devono trovarle.
Vi ho raccontato le prime 30 pagine. Le restanti 290 leggetele da soli. Non ve ne pentirete, fidatevi.
Nobel nobile?
Va bene, non lo conosce nessuno e poche librerie fino a ieri avevano i suoi libri. Ricordo di averne venduta una copia un paio di anni fa, a Quarrata, il titolo non lo ricordo. Magari i suoi libri sono capolavori, li leggerò.
Oppure no, e sarà uno di quei Nobel dati per motivi imprescrutabili, noti solo alla commissione svedese. Philip Roth quante maledizioni gli avrà mandato (alla commissione, non al vincitrore).
Però con la Szymborska successe una cosa simile: questa chi la conosce, altri meritavano di più, è sempre ubriaca si arrivò a dire. Eppure il tempo le ha dato il giusto e meritato riconoscimento. Boh. Sono contento per le case editrici che hanno pubblicato Le Clèzio, la piccola Instar e il Saggiatore, ne avranno beneficio, spero per loro. Mi procurerò qualche copia di questo francese (Gian Maria Gustavo, perbacco!) con la faccia squadrata da attore di soap opera. Speriamo bene.
amico Taro
Una bella notizia per chi ama gli albi illustrati e da colorare. E' uscito un nuovo titolo di Taro Gomi, pubblicato come gli altri da Corraini: si chiama 1, 2, 3 scarabocchi, è indicato per la fascia 4-6 anni ma come tutti gli albi dell'illustratore giapponese è PER TUTTI: 0-99.
Taro Gomi è geniale. I suoi non sono solo albi da colorare: dentro i suoi inconfondibili segni ci sono storie e personaggi nascosti dove la fantasia del bambino (e dell'aldulto) corre libera e felice. E' uno di quei libri che l'adulto alla ricerca di un regalo per un bimbo naturalmente intelligentissimo/bravissimo/bellissimo dovrebbe guardare e comprare senza fiatare. Invece chiederà Geronimo Stilton, l'album delle Wynx da colorare, oppure la versione ridotta di Cuore. Chaggiaffà, povero me?
Grembiule di classe
Riporto integralmente un articolo scritto da Antonella Landi, professoresa di italiano, scrittrice e tenutaria di un blog famosetto assai. Non la conosco personalmente ma mi pare simpatica e, sono pronto a scommetere, competente nel suo lavoro. Di sicuro è intelligente. Ecco il suo intervento uscito sul Giornale del 2 luglio.
Io lo portavo bianco, col fioccone rosa. La mamma me lo faceva cucire dalla sarta e incaricava la ricamatrice di impreziosirlo con greche orizzontali, disegnini colorati, iniziali arzigogolate. Lo stirava e lo apprettava la sera prima e lo lasciava appeso perché non prendesse nemmeno una pieghina. Al mattino me lo infilava, piano, con delicatezza, esortandomi a non costellarlo –così diceva lei- di grinze morte. I bottoni si rincorrevano lungo la colonna vertebrale e mi davano noia quando mi sedevo al banco, sulla seggiola di legno. Il fiocco era di sostenuto taffettà, sempre ben teso e largo. In prima amavo il mio grembiule, simbolo di appartenenza a una categoria: la studentessa orgogliosa. In seconda iniziai a sbertucciarlo, quasi in un rito d’iniziazione finalizzato a temprare lui e –indirettamente- me. In terza sciolsi il fiocco, per comunicare che stavo crescendo e iniziavo a maturare un’opinione personale sulle regole sociali. In quarta –fase di ribellione conclamata- presi a portarlo al contrario e sbottonato. In quinta annusavo già olezzo di salto alle medie: non lo misi più e a scuola mi presentai ogni giorno in abiti civili.
Se ne evince che il grembiule mi ha sempre convinta poco.
Però mi convincono poco anche gli ombelichi all’aria e i pantaloni a mezze natiche, dentro le aule di una scuola. E ancora meno trovo di buon gusto quell’ostentazione esasperata di marche, nomi e sigle, dietro cui si nascondono cifre da capogiro che considero immorali, se vengono messe addosso a chi ancora non è in grado di scrivere il proprio nome sopra un foglio.
Poiché non vivo fuori dal mondo e conosco i prezzi in circolazione, durante l’inattività coatta delle verifiche in classe mi attardo in calcoli approssimativi sommando gli euro che i miei studenti portano sfrontatamente in giro. E resto a un tempo perplessa, frustrata e amareggiata. Perché mi rendo conto che dietro le scelte discutibili di uno studente, c’è sempre un genitore che gli fa da esempio o accetta di accontentarlo ad ogni costo.
Esorterei le famiglie a scegliere per i loro figli un abbigliamento comodo, sobrio, sportivo, adatto al contesto in cui lo indosseranno. E inviterei i presidi a pretendere il decoro, perché i ragazzi capiscano che –se l’abito non fa il monaco- di certo è disdicevole che un monaco si presenti in chiesa in pantaloni corti e canottiera.
Ma più che altro, se fossi un Ministro della Pubblica Istruzione e avessi l’idea di ripristinare la divisa scolastica, mi affretterei a statalizzarla: già li vedo, sulle pagine patinate delle riviste di moda, i grembiulini D&G in rigoroso bianco e nero, quelli Armani, dal taglio lineare e classico ma con una strizzata d’occhio all’oriente, o quelli di Cavalli, più frufrù.
Del resto, già Bianca Pitzorno –nel suo delicato e ironico Ascolta il mio cuore- fa dire a Prisca Puntoni che il grembiule del nostro dopoguerra (prezioso e rifinito per i ricchi, ordinario e rattoppato per i poveri) tutto era, fuorché simbolo di parità.
Motivazioni piene di buon senso, mi pare. Se fossi Ministro della Pubblica Istruzione mi occuperei di ben altre priorità. E leggetelo, se non lo avete ancora fatto, il libro della Pitzorno citato nel pezzo.
Mio Dio, le letturine estive!
Finita la scuola, gli studenti della scuola dell'obbligo corrono in libreria per acquistare i testi per il ripasso estivo. Qualcuno, accompagnato dal genitore (cioè la mamma: i padri come noto non entrano in libreria) ha fatto la richiesta prima ancora della fine dell'anno scolastico. Il genitore mamma davanti alla sorridente rimostranza del libraio ("Dio santo, date un pò di tregua a questi sciagurati") di solito si giustifica dicendo che "il mio bambino ci tiene tanto ad avere il librino per fare le lezioni dell'estate, non vede l'ora". Mica vero: il pargoletto non ha per nulla fretta. Questa particolare forma di nevrosi è tipica del genitore femmina, che teme come la peste la noia del figlio/a una volta terminata la scuola.

Come si sa, i libri dei compiti estivi sono l'oggetto più inutile che esista. E' una recente e geniale invenzione delle case editrici che hanno convinto le insegnanti che i loro studenti senza questo supporto didattico dimenticano tutto quanto appreso nell'anno scolastico. Non so se li avete mai visti, questi libretti - qui vedete alcune copertine, come esempio. Sono meravigliosi. Sentite qua, testo per chi ha finito la quinta elementare - quindi prossimo alle medie: dividi in sillabe le seguenti parole: ferrovia, gigante, paura. Oppure: metti l'apostrofo dove occorre: un orso, un avventura, quest estate. Ques'altra è fantastica, sentite: per ogni soggetto scrivi un predicato verbale e un predicato nominale. I pinguini ...(pv) (pn); le caramelle pv)..(pn), Giulio Cesare (GIULIO CESARE!!)...(pv) (pn). Esercizi ritenuti offensivi da un bimbo di seconda elementare.

Quindici/venti anni anni fa questo sistema selvaggio non esisteva. Al limite per italiano ti davano da leggere un libro, mentre gli esercizi di matematica e scienze li preparava la maestra, a casa sua, e poi ce li dettava sul quaderno il giorno prima delle vacanze (le fotocopie erano un privilegio per pochi). Al ritorno in classe quinta, in autunno, nessuna insegnante si sognava di ripassare la grammatica presentando un esercizio sui pinguini o le caramelle alle prese con il predicato verbale, perchè consapevole che si sarebbe presa in testa l'acqua contenuta nella caraffa dei fiori opportunamente prelevata dal davanzale della finestra.
Il dolore del non più giovane Andrea
E' in uscita un nuovo libro di Camilleri. Si chiama Il casellante, un titolo che mi fa tornare in mente Non ci resta che piangere (Benigni e Troisi fermi al passaggio a livello che resta chiuso dopo il passaggio del treno: "Casellante! CASELLANTE! Oh CASELLANTE... ma quanti treni passano? "Eh, hai voglia...tanti" "Sì, ma quanti?" "Tanti...10, 100...o che lo so?"). Ora, io sono contento quando esce un nuovo libro di Camilleri, l'unico autore per cui l'orribile termine nazionalpopolare assume un valore solo positivo. Sono contento del successo che ha avuto, dei personaggi che ha creato. Tutto meritato.
Ma anche se esce con dieci titoli l'anno non potrà mai eguagliare la bibliografia di Simenon. Ha cominciato troppo tardi. Qualcuno glielo dica, al povero Andrea.











