giovedì, 03 luglio 2008

Grembiule di classe

postato da bonistalli alle 03/07/2008 12:12 in libreria

Riporto integralmente un articolo scritto da Antonella Landi, professoresa di italiano,  scrittrice e tenutaria di un blog famosetto assai. Non la conosco personalmente ma mi pare simpatica e, sono pronto a scommetere, competente nel suo lavoro.  Di sicuro è intelligente.  Ecco  il suo intervento uscito sul Giornale del 2 luglio.

 Io lo portavo bianco, col fioccone rosa. La mamma me lo faceva cucire dalla sarta e incaricava la ricamatrice di impreziosirlo con greche orizzontali, disegnini colorati, iniziali arzigogolate. Lo stirava e lo apprettava la sera prima e lo lasciava appeso perché non prendesse nemmeno una pieghina. Al mattino me lo infilava, piano, con delicatezza, esortandomi a non costellarlo –così diceva lei- di grinze morte. I bottoni si rincorrevano lungo la colonna vertebrale e mi davano noia quando mi sedevo al banco, sulla seggiola di legno. Il fiocco era di sostenuto taffettà, sempre ben teso e largo. In prima amavo il mio grembiule, simbolo di appartenenza a una categoria: la studentessa orgogliosa. In seconda iniziai a sbertucciarlo, quasi in un rito d’iniziazione finalizzato a temprare lui e –indirettamente- me. In terza sciolsi il fiocco, per comunicare che stavo crescendo e iniziavo a maturare un’opinione personale sulle regole sociali. In quarta –fase di ribellione conclamata- presi a portarlo al contrario e sbottonato. In quinta annusavo già olezzo di salto alle medie: non lo misi più e a scuola mi presentai ogni giorno in abiti civili.

Se ne evince che il grembiule mi ha sempre convinta poco.

Però mi convincono poco anche gli ombelichi all’aria e i pantaloni a mezze natiche, dentro le aule di una scuola. E ancora meno trovo di buon gusto quell’ostentazione esasperata di marche, nomi e sigle, dietro cui si nascondono cifre da capogiro che considero immorali, se  vengono messe addosso a chi ancora non è in grado di scrivere il proprio nome sopra un foglio.

Poiché non vivo fuori dal mondo e conosco i prezzi in circolazione, durante l’inattività coatta delle verifiche in classe mi attardo in calcoli approssimativi sommando gli euro che i miei studenti portano sfrontatamente in giro. E resto a un tempo perplessa, frustrata e amareggiata. Perché mi rendo conto che dietro le scelte discutibili di uno studente, c’è sempre un genitore che gli fa da esempio o accetta di accontentarlo ad ogni costo.

Esorterei le famiglie a scegliere per i loro figli un abbigliamento comodo, sobrio, sportivo, adatto al contesto in cui lo indosseranno. E inviterei i presidi a pretendere il decoro, perché i ragazzi capiscano che –se l’abito non fa il monaco- di certo è disdicevole che un monaco si presenti in chiesa in pantaloni corti e canottiera.

Ma più che altro, se fossi un Ministro della Pubblica Istruzione e avessi l’idea di ripristinare la divisa scolastica, mi affretterei a statalizzarla: già li vedo, sulle pagine patinate delle riviste di moda, i grembiulini D&G in rigoroso bianco e nero, quelli Armani, dal taglio lineare e classico ma con una strizzata d’occhio all’oriente, o quelli di Cavalli, più frufrù.

Del resto, già Bianca Pitzorno –nel suo delicato e ironico Ascolta il mio cuore- fa dire a Prisca Puntoni che il grembiule del nostro dopoguerra (prezioso e rifinito per i ricchi, ordinario e rattoppato per i poveri) tutto era, fuorché simbolo di parità.

Motivazioni piene di buon senso, mi pare. Se fossi Ministro della Pubblica Istruzione mi occuperei di ben altre priorità. E leggetelo, se non lo avete ancora fatto, il libro della Pitzorno citato nel pezzo.


Commenti
#1   03 Luglio 2008 - 12:23
 
Se la scuola deve preparare alla vita, perchè non far capire subito ai bambini che oggi ciò che conta è l'apparenza?

Mi pare sia meglio che illuderli con tante favolette.
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#2   04 Luglio 2008 - 11:14
 
Il grembiule per me ha è sempre stato il simbolo delle scuole private; il suo somigliare a una tonaca mi sembrava proprio la condizione necessaria per andare in una scuola dove insegnavano le suore. In molte scuole straniere hanno optato per una "via di mezzo": gli studenti devono indossare degli "abiti base", semplici, carini, comodi, personalizzabili quanto vuoi.
Però l'uniforme non mi sembra proprio il problema principale della scuola italiana, ecco... Esco proprio ora da 5 anni di superiori e posso dire che ci sono un bel po' di problemi ben più importanti da risolvere...
utente anonimo

#3   04 Luglio 2008 - 12:20
 
@calle89 - se la scuola deve preparare alla vita, uno dei suoi compiti principali è quello di aiutare gli studenti a sviluppare la capacità critica. Altrimenti un Pasolini, per citare un autore a te caro, chi lo legge più? Tra l'altro lui odiava ferocemente le favolette...

@2 - è vero, si sposta l'attenzione su aspetti marginali per incapacità di affrontare i problemi seri. E' una carateristica del nostro Paese di oggi. Tutto bene l'esame?
utente anonimo

#4   05 Luglio 2008 - 13:42
 
100 e lode, te che dici?? :D Ali
utente anonimo

#5   17 Luglio 2008 - 17:14
 
@ali - fai schifo:) ti aspetto in libreria, mi devi una schweppes lemon.
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Commenti