mercoledì, 16 luglio 2008

Alligator blues

postato da bonistalli alle 16/07/2008 19:48 in eventi

E' stato bello rivedere dopo tanto tempo  Massimo Carlotto. E bello è stato il suo abbraccio forte e sincero.

La libreria Fahreheit 451, nella sede originaria di Quarrata,   sin dall'inizio  ha stretto un legame forte con Carlotto. Uno dei primi incontri pubblici  - parliamo del 1999 - lo facemmo con lui. Presentò il terzo romanzo della serie L'Alligatore. Ci piacque così tanto  che lo invitammo ancora a presentare i romanzi successivi: incontri appassionanti, partecipati, interessanti come accade sempre quando si ascolta e si discute con una persona intelligente. Nel 2001 organizzammo  all'interno della libreria un seminario di due giorni sul romanzo noir. "Il mio primo corso!"  - mi ha ricordato ridendo qualche sera fa, a Serravalle, durante Cgil incontri, dove ha presentato Cristiani di Allah.

Oggi Carlotto, appassionato di blues e calvados,  è uno dei più bravi scrittori noir italiani. Il suo sito è un grande archivio di articoli, recensioni, interviste audio e video.  E' tradotto in gran parte dei paesi europei. Mi ha detto che sta per lasciare la casa di Cagliari per fare ritorno nella  città natale, Padova, dove è cominciata la sua incredibile vicenda giudiziaria. A novembre uscirà il nuovo libro. "Potremmo presentarlo in libreria, se vuoi"  mi ha detto. Se voglio? Ci vediamo in autunno, Massimo. E voialtri, se ancora non lo conoscete, sapete cosa leggere questa estate. Se volete consigli, chiedete pure.

giovedì, 03 luglio 2008

Grembiule di classe

postato da bonistalli alle 03/07/2008 12:12 in libreria

Riporto integralmente un articolo scritto da Antonella Landi, professoresa di italiano,  scrittrice e tenutaria di un blog famosetto assai. Non la conosco personalmente ma mi pare simpatica e, sono pronto a scommetere, competente nel suo lavoro.  Di sicuro è intelligente.  Ecco  il suo intervento uscito sul Giornale del 2 luglio.

 Io lo portavo bianco, col fioccone rosa. La mamma me lo faceva cucire dalla sarta e incaricava la ricamatrice di impreziosirlo con greche orizzontali, disegnini colorati, iniziali arzigogolate. Lo stirava e lo apprettava la sera prima e lo lasciava appeso perché non prendesse nemmeno una pieghina. Al mattino me lo infilava, piano, con delicatezza, esortandomi a non costellarlo –così diceva lei- di grinze morte. I bottoni si rincorrevano lungo la colonna vertebrale e mi davano noia quando mi sedevo al banco, sulla seggiola di legno. Il fiocco era di sostenuto taffettà, sempre ben teso e largo. In prima amavo il mio grembiule, simbolo di appartenenza a una categoria: la studentessa orgogliosa. In seconda iniziai a sbertucciarlo, quasi in un rito d’iniziazione finalizzato a temprare lui e –indirettamente- me. In terza sciolsi il fiocco, per comunicare che stavo crescendo e iniziavo a maturare un’opinione personale sulle regole sociali. In quarta –fase di ribellione conclamata- presi a portarlo al contrario e sbottonato. In quinta annusavo già olezzo di salto alle medie: non lo misi più e a scuola mi presentai ogni giorno in abiti civili.

Se ne evince che il grembiule mi ha sempre convinta poco.

Però mi convincono poco anche gli ombelichi all’aria e i pantaloni a mezze natiche, dentro le aule di una scuola. E ancora meno trovo di buon gusto quell’ostentazione esasperata di marche, nomi e sigle, dietro cui si nascondono cifre da capogiro che considero immorali, se  vengono messe addosso a chi ancora non è in grado di scrivere il proprio nome sopra un foglio.

Poiché non vivo fuori dal mondo e conosco i prezzi in circolazione, durante l’inattività coatta delle verifiche in classe mi attardo in calcoli approssimativi sommando gli euro che i miei studenti portano sfrontatamente in giro. E resto a un tempo perplessa, frustrata e amareggiata. Perché mi rendo conto che dietro le scelte discutibili di uno studente, c’è sempre un genitore che gli fa da esempio o accetta di accontentarlo ad ogni costo.

Esorterei le famiglie a scegliere per i loro figli un abbigliamento comodo, sobrio, sportivo, adatto al contesto in cui lo indosseranno. E inviterei i presidi a pretendere il decoro, perché i ragazzi capiscano che –se l’abito non fa il monaco- di certo è disdicevole che un monaco si presenti in chiesa in pantaloni corti e canottiera.

Ma più che altro, se fossi un Ministro della Pubblica Istruzione e avessi l’idea di ripristinare la divisa scolastica, mi affretterei a statalizzarla: già li vedo, sulle pagine patinate delle riviste di moda, i grembiulini D&G in rigoroso bianco e nero, quelli Armani, dal taglio lineare e classico ma con una strizzata d’occhio all’oriente, o quelli di Cavalli, più frufrù.

Del resto, già Bianca Pitzorno –nel suo delicato e ironico Ascolta il mio cuore- fa dire a Prisca Puntoni che il grembiule del nostro dopoguerra (prezioso e rifinito per i ricchi, ordinario e rattoppato per i poveri) tutto era, fuorché simbolo di parità.

Motivazioni piene di buon senso, mi pare. Se fossi Ministro della Pubblica Istruzione mi occuperei di ben altre priorità. E leggetelo, se non lo avete ancora fatto, il libro della Pitzorno citato nel pezzo.